Marocco: Nuovo orizzonte di ricerca
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Chi è Alessandro Facente “Vivo a Roma, ma cerco di muovermi il più possibile, seguendo l’itinerario dei progetti in cui sono coinvolto. Oltre i vari spostamenti in Italia, è dal 2010 infatti che trascorro parte dell’anno a New York, mentre il Marocco, con il progetto atla(s)now, è attualmente un nuovo orizzonte di ricerca. Mi occupo di arte contemporanea come critico e curatore indipendente. La mia attività nasce nel 2006/2007 quando ho iniziato a curare progetti site specific in spazi esterni non convenzionali. In quel periodo, con l’artista Gian Maria Tosatti, anche lui agli esordi nelle arti visive, abbiamo recuperato luoghi devastati del tessuto urbano romano all’interno dei quali lui installava i suoi lavori ambientali, io ne parlavo nei miei testi critici, mentre la fondazione VOLUME! e la galleria L’UNION appoggiavano l’impresa. Tra il 2009 e il 2011 ho curato mostre in spazi pubblici, contesti alternativi e gallerie private tra cui la Changing Role di Napoli per la personale di Angelo Bellobono, affrontando con lui quelle questioni contraddittorie legate alle comunità contemporanee, che oggi, con atla(s)now, ci portano in un’area dell’Africa, fredda, innevata e contraddittoriamente lontana dai suoi tipici caldi, ma incredibilmente radicata ancora a riti antichi. Dal 2011 faccio parte del comitato di selezione della fiera THE OTHERS. Il mio approccio curatoriale si basa su un’indagine “speleologica” della ricerca degli artisti. Essa richiede un dialogo costante con loro, finalizzato a comporre quella filologia legata alla frazione di contemporaneo che rappresentiamo nel lavorare insieme, e che a sua volta esige memoria personale, scrittura quotidiana, predisposizione all’ascolto e tanta curiosità. Per esempio, citando Victor Turner, paragonai la liminalità – il secondo dei tre riti di passaggio affrontati nel suo celebre From Ritual to Theatre. The Human Seriousness of Play – alla ricerca installativa/scultorea sul limite di Arianna Carossa nella mostra che le curari sempre alla Changing Role. Secondo la mia visione, nel ricostruire fino al soffitto e una su l’altra le ruote di corteccia di una palma prima abbattuta e poi “affettata”, l’artista restituiva all’albero quella perfezione (insita nel concetto di natura) strappata dalla malattia subita, nel tentativo installativo però di sublimare la nuova forma in qualcosa di contemplativo. La palma, ora installazione, si cristallizzava dunque in un nuovo e positivo gesto umano, dell’artista, che era appunto il passaggio, liminale, che riconsegnava alla vita, o alla comunità che in quell’occasione avevamo costituito, un oggetto ipoteticamente infallibile. “
Da chi è composto Atla(s)now e come nasce la vostra collaborazione? “Oltre a me ci sono tre soggetti sostanziali. Il primo è Angelo Bellobono ed è l’ideatore del progetto. La sua ricerca artistica, parallelamente ad un’attività di allenatore di sci in località anche radicali (Saraievo ad esempio), ha visto fondere insieme l’idea del ghiaccio come memoria del tempo e archivio del mondo ad uno studio – antropologicamente parlando – dei cambiamenti geopolitici e i nuovi parametri relazionali. La nostra collaborazione nasce da ragionamenti condivisi dove l’artista è una figura attiva nel sistema, all’interno del quale, attraverso un lavoro che parli visceralmente dell’uomo, sappia sviluppare comunità di pensiero. Collaborare con lui significherà quindi trovare artisti che, raccontando di sé, dialogano con il presente, diventando per esso un ponte di congiunzione visivo e visionario con l’esistenza di qualunque uomo singolo, e portano dunque il lavoro ad un livello collettivo. Poi c’è Aniko Boheler, antropologa e attivista. È il nostro riferimento sul posto. Ha messo a disposizione il Dar Toubkal, che insieme alla Kasbah du Toubkal, è una delle due strutture che ci permettono di stare ad Imlil. Con Summit foundation (una delle fondazioni di cui è parte) è riuscita a catalizzare intorno a sé antropologi, biologi e studenti che portano avanti un lavoro sulla sostenibilità ambientale. Sapere della presenza di questi professionisti è stato sostanziale per capire quali artisti effettivamente saranno in grado di sfruttare al massimo questa risorsa nella progettazione del lavoro. Il terzo soggetto è rappresentato dagli abitanti e i professionisti del posto (falegnami, operai, guide di montagna e maestri di sci ecc…) che verranno coinvolti nella costruzione del lavoro dell’artista. Tengo molto alla collaborazione con la gente locale, ed essendo Imlil una località particolarmente lontana anche da certe comodità, l’artista che sceglierò dovrà dimostrare di saper realizzare opere forti, intellettualmente necessarie, partendo però da materiali grezzi e primitivi come il legno, il cemento, il ferro, i rami, i tessuti e tutto ciò che riusciranno a trovare lì. Dunque io studierò se questo fenomeno possa manifestarsi, per osservare come l’artista (inteso come uomo) riesce a cavarsela in condizioni estreme, conquistandosi la fiducia degli abitanti e guadagnandosi l’opportunità di cambiare l’aspetto identitario di un intero terrirorio, attraverso la costruzione di opere che verticalizzino la ritualità antica di Imlil nel panorama contemporaneo, e sappiano scrivere, insomma, una storia, la nostra, qui, sull’Atlas, nel museo più alto dell’Africa.” Da dove viene l’idea di questo progetto? “L’idea nasce da un momento in cui Angelo fonde insieme la sua doppia identità professionale con una serie di sue attività sul posto: la masterclass all’ESAV di Marrakech con gli studenti del quarto anno con conseguente inserimento nell’ordine di studi e argomento di approfondimento di una tesi di laurea, le prime opere che hanno dato vita al Museo Diffuso ad Imlil e alla mostra ospitata all’ESAV nel calendario ufficiale del programma parallelo dell’ultima biennale di Marrakech, il laboratorio artistico con i bambini di Imlil, i corsi di aggiornamento e formazione per i maestri di sci locali ad Oukaimeden (località sciistica a circa 40 km da Imlil) e il noleggio sci con i materiali donati dai centri sciistici di Cervinia e Cortina. L’idea generale ha poi tante genesi, anche perché c’era, e c’è, l’esigenza di dare corpo ad un progetto ongoing che sia prima di tutto uno strumento che regali agli artisti un’esperienza autentica, fuori dai contesti ufficiali, spesso ingessati, che asciugano l’esigenza viscerale di sperimentare e costruire un museo che contenga opere d’arte dal temperamento collettivo attraverso cui “apprendere e abitare meglio il mondo” (Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale, pag. 13, postmedia Srl, Milano, 2010).”
Nello specifico di cosa si tratta e quali sono gli obiettivi? “Atla(s)now è una piattaforma che apporta benefici duraturi in una comunità berbera, fornendo ad essa competenze sportive che una volta apprese potranno spendersi con il turismo che passa di lì e un battaglione di artisti forti che consegnano loro una identità visiva contemporanea spendibile a livello internazionale, grazie ad una collezione permanente di opere site specific disseminate nel territorio, raggiungibili con percorsi di trekking. Qui l’arte partecipa alla dialettica evolutiva dell’identità di una comunità agevolando un confronto interno ad essa e dunque anche interiore. Riusciamo ad immaginare cosa significhi questo in termini di turismo, di attivazione di microeconomia locale e proiezione globale di un contesto locale? Abbiamo degli obiettivi a cui arriviamo per step, per ora ci concentriamo sulla partecipazione ad Independents 3 all’interno di ArtVerona e organizzare la seconda residenza dell’artista di cui comunicheremo il nome più avanti. Tra gli obiettivi certamente c’è quello di avvicinare quei professionisti di settore (curatori, spazi non profit, riviste, collettivi ecc…) di cui stimiamo la curiosità scientifica di essere sempre attenti su quanto accade. Oltre ovviamente a quella internazionale, seguo con molta attenzione la scena italiana, ovvero quella degli artisti rappresentati e non, giovani, di metà carriera, affermati nazionalmente e internazionalmente, storicizzati, dimenticati, boicottati, abbandonati, super o sottovalutati, sarà quindi interessante, considerando la mia volontà di guardare solo alla forza del lavoro, non porsi limiti di mercato e tanto meno di età, in quanto accanito sostenitore, io, che quello che conta in fin dei conti è sempre l’opera. L’opera e basta.”
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