Esercizi di Decapitazione da Delloro Arte Contemporanea
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Nell’insolito percorso verso la decollazione imbastito nella sede romana della Galleria Delloro ci si imbatte in una progressione di teste mozzate da sette artisti alle prese con il tema della decapitazione. “Esercizi di decapitazione” è appunto il titolo della mostra che mette in scena un singolare rituale artistico con le opere di Davide Balliano, Alessandro Dandini de Sylva, Marco Di Giovanni, Gianni Garrera, Paolo Grassino, Sergio Ragalzi e Andreas Zingerle. Se si parte dal concetto stesso di ‘decapitazione’ non si può non risalire alla sua definizione. Tuttavia, andandola a cercare nella grande opera dell’Enciclopedia Italiana, non la troveremmo. Da questo paradosso, da questa sorprendente decapitazione della parola “decapitazione” in quella che è ufficialmente e da sempre riconosciuta come Bibbia della lingua italiana, nasce il lavoro di Gianni Garrera. Va ad attestare un’assenza di definizione linguistica che diventa inevitabilmente anche concettuale. Passando al concetto di ‘esercizio’ allora si può dire che la serialità dei cinque lavori di Paolo Grassino, incolonnati in una progressione verticale, rappresenta pienamente il senso della ripetizione quasi ossessiva della linea e della sagoma di una testa, soffocata da macchie di colore, ragnatele di segni, e contaminata dal rosso sangue di un ematoma, forse viscerale, che si espande progressivamente. La serie orizzontale delle teste di Sergio Ragalzi si ferma, invece, al numero quattro ma sintetizza l’incapacità di dar forma al colore. Nero, rigorosamente. La materia rimescolata e rimodellata non riesce a cementificarsi nella regolarità di una testa e rimane piuttosto movimentata. Forse è semplicemente disturbata da impressioni più sensuali che mentali (o meglio ‘di testa’). Del resto l’arcaico esercitarsi di Ragalzi ha origini nel linguaggio rupestre che non può incontrare “limiti”. Limiti geometrici e grafici li trova piuttosto la testa dell’imperatore Vespasiano immortalata in una stampa fotografica da Davide Balliano: l’immagine classica, costretta nell’estrema ratio di un’architettura di linee tracciate per sovrapposizione, appare frontalmente come fosse un’icona sacra, vegliando dall’alto il rituale di decapitazione che si sta compiendo. In cortocircuito con l’immagine frontale di Vespasiano, il ritratto-non ritratto di Alessandro Dandini de Sylva è pur sempre una testa ma essendo ripresa dalla nuca annulla ogni senso d’identità e si sofferma sull’analisi dell’obiettivo fotografico. Ritratto anticonvenzionale del rovescio di un’identità, ci si chiede come possa essere il viso di questa persona ma ci si perde nel contemplare i dettagli sottili e capillari di un io che diventa tutti. Scendendo di un livello sottoterra, negli spazi più interni della galleria, ci si imbatte nella serie delle sculture, questa volta teste realmente mozzate, di Andreas Zingerle. Poste su un piedistallo di legno, sono l’aftershow del rituale di sacrificio appena eseguito da un boia. Sembrano di gomma, morbide come le forme femminili di una bambola gonfiabile, ma in realtà sono fredde come il calcestruzzo di cui sono fatte. Si risale in superficie: ora non resta che compiere l’ultimo atto del rituale: affacciandoci sull’ “orrida voragine” di Marco Di Giovanni -interpretazione in forma di installazione di quella antecedente alla creazione dello spazio e del tempo nella mitologia nordica di Ginnungagap – ci autodecapitiamo guardando la nostra testa riflessa nella lente collocata in fondo alla “voragine”. Il rituale di decollazione, ora sì, è compiuto. Di Valentina di Pietro
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